settembre 05, 2010     |
Breve storia di un viaggio

BREVE STORIA DI UN VIAGGIO

 

(Le foto dell’album fotografico sono state scattate da Yamilè Barcelò, alla quale dedico questo racconto)

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Le cose accadono,sono come la pioggia alle volte impetuosa ed infastidente, alle volte gradevole e salutare,accadono e non sai mai dartene una ragione,mattoni messi in fila che non costruiscono nulla, almeno in apparenza.Il fatto forse più interessante è costituito dalla sensazione che quasi mai riesci a vederne il fine ultimo, alle volte ti sembra di afferrarlo alle volte ti sfugge inghiottito dalla quotidianità di una vita sempre più piatta,uomini persi nel nulla di una corsa senza senso.Che ci faccio .Forse è la solita crisi di una persona che ha raggiunto dei traguardi, se cosi li vogliamo definire, che si inventa i problemi ,preda di un uso smodato dell’emisfero cerebrale destro dove si pensa ci sia la  sede del mondo dei sogni e della fantasia.Forse un fatto mi spinge a rifugiarmi sempre più frequentemente in questo mondo,incontro sempre meno persone felici, serene, che sappiano vivere la vita attimo dopo attimo collocati nel presente e non alla ricerca di un futuro che ancora non esiste .Percorro a ritroso il  mio tempo saltando sui mattoni che ho disseminato quasi casualmente durante il  “ cammino” e mi ritrovo a passeggiare per Regla, quartiere operaio dell’Avana alla ricerca dei” Santeros” che con le loro conchiglie ti indicano improbabili cammini alla scoperta di un mondo magico in cui l’intuizione domina la razionalità, un mondo in cui seguire l’istinto rappresenta la prima tappa di un viaggio che può portarti lontano, eppure questo mondo è dentro ciascuno di noi schiacciato dal peso di una vita forzatamente banale ed eroica nello stesso tempo,è un mondo che si spegne ogni volta che rinunci ai tuoi sogni.Qui appunto inizia il viaggio, progettato e scaturito quasi per magia da libri letti durante le noiose serate d’inverno poi da un’idea che neppure tu sai da dove viene,è semplicemente dentro di te come una larva che pian piano si trasforma in farfalla pronta per un nuovo volo,essa cresce lentamente nella sua irrazionalità, ti sfida, stuzzica la tua voglia di cambiare, sino al punto in cui cominci a credere in ciò che potresti fare. Ebbene tutte i cammini intrapresi da ciascuno di noi sono validi, alcuni però hanno la fortuna di dover seguire un tragitto breve ad altri ne tocca uno lungo e tortuoso, io non ho ancora capito il mio e forse questo viaggio potrà aiutarmi.Siamo in tre a voler partire , tre persone diverse ciascuno con le proprie motivazioni, speranze e sogni ciascuno che segue il proprio filo d’Arianna con un segreto desiderio di comprendere meglio se stessi attraverso la ricerca di un mondo perduto. Yamilè mia compagna , venuta da Cuba  in qualità di fotografa alla ricerca di una propria realizzazione professionale , Mauri da sempre mio amico alla ricerca di uno spunto  per fuggire da un lavoro nel quale non si identifica e che lo trascina  di giorno in giorno sempre di più lontano da un proprio personale stile di vita. Forse questo viaggio nello stesso modo in cui condusse il pastorello dell’Alchimista ci porterà alla scoperta di un tesoro, o forse l’uscita da schemi ordinari ci farà semplicemente sentire vivi.Ed allora eccoci pronti,il sogno si trasforma in progetto e le valige o meglio gli zaini cominciano a riempirsi.In questa lunga prefazione ho volutamente trascurato di menzionare l’obiettivo del viaggio, forse nel tentativo maldestro di creare un po’ di curiosità .Ciò  che ci interessa è la scoperta del mondo Huichol.Non si conosce con precisione l’origine di questa etnia Centroamericana, si pensa che abitassero la costa centrale del Messico sull’oceano Pacifico, si sa per certo che si ritirarono di fronte all’invasione Spagnola rifiutando ogni sorta di colonializzazione, attualmente vivono tra gli stati di Nayarit e Jalisco, sulla Sierra Madre Occidentale in un territorio molto vasto che viene considerato una  vera e propria riserva . Il viaggio verso il  Wirikuta” (che significa la  porta) nel deserto del Real Catorce seguendo un lungo tragitto fatto in passato a piedi o a dorso di mulo e che si ripete ogni anno può confermare questa tesi. Qui gli Sciamani oppure Marakamè,( in lingua Huichola è colui che sa) raccolgono il cactus sacro (peyote) con il cui aiuto attraversano la “Nierika” o porta tra ciò che normalmente percepiamo attraverso i nostri sensi e la realtà modificata di un mondo ormai perduto. Penso che in molti di noi si stia affievolendo la magia alimentata dai sogni e dalla fantasia.Siamo tutti in fila, schiacciata da una grigia burocrazia che detta la cadenza del nostro vissuto, quindi accompagnati da questa vaga consapevolezza, siamo pronti per la partenza verso il Nayarit dove ci attende Francisco tramite tra noi e Kurame, capo della comunità di San Josè, nostra meta prima di partire verso la Montagna Sacra.

 

PREPARATIVI

 

Voglio rapidamente raccontare di come abbiamo mosso i primi passi nella preparazione di questo viaggio: innanzi tutto ci è stato di grande aiuto il contatto con l’associazione culturale Huichol di San Blas nella regione del Nayarit. Tramite loro abbiamo incontrato Francisco, o meglio Yamilè lo ha fatto,il fatto d’essere cubana è servito a rompere l’iniziale diffidenza e quindi e-mail dopo e-mail le varie caselle si sono configurate.Ho letto inoltre tutti i libri di Carlos Castaneda che seppure parlino della cultura degli indiani Yaqui tuttavia danno un’immagine sufficientemente realistica dei nativi del America centrale. Molto utili sono stati gli studi intrapresi in merito agli stati modificati di coscienza  presso la scuola Europea di Ipnosi e Psicoterapia AMISI di Milano. Trascuro di menzionare i preparativi tecnici del viaggio ,mi voglio solo soffermare per un attimo sull’aspetto psicologico del mettersi alla prova. Infatti per una persona abituata alle cose scontate è assai più facile partire con una valigia piena che non con una mezza vuota,.in un primo momento vorresti portarti tutto, poi , ti rendi conto di quante cose inutili circondano la tua esistenza ed allora via, il cammino può essere più agevole se lo zaino è leggero .Un giorno, come esercizio pratico mi sono imposto di fare a meno del cellulare, il giorno successivo, è toccato all’orologio e cosi via.( questo comportamento mi è stato suggerito dalla lettura di un libro che voglio menzionare “I porcospini di Shopenahuer” di Consuelo Casula ,e tutto questo forse è servito quindi a ricollocare i  miei feticci nel posto a cui  loro compete. Finalmente lo zaino assume un aspetto decisamente  umano , quindi mi sento assai soddisfatto per i progressi fatti. Yamilè le valige riesce a farle molto rapidamente e questo mi fa pensare, a quanti dei nostri bisogni siano frutto di condizionamento e non di reale necessità.

 

PERCHE’STIAMO PERDENDO….

 

Ormai stiamo perdendo quelle capacità intuitive ed istintive che un tempo erano considerate essenziali per la sopravivenza?Se vogliamo cercare delle risposte il percorso da fare è assai lungo.Bisogna partire dal concetto di coscienza e compiere un lungo cammino a ritroso .Sappiamo  che nello stato di veglia la coscienza ci permette di interagire con ciò che ci circonda, tuttavia nel sonno ci rifugiamo in un mondo in cui si possono riconoscere gli elementi che caratterizzano lo stato di veglia, elementi che tuttavia possono assumere significati profondamente diversi ma che al risveglio sono considerati reali come se facessero parte integrante della nostra vita.Si può quindi sostenere che la coscienza sente come proprie sia le esperienze del vissuto quotidiano sia quelle che scaturiscono dal mondo dei sogni.Il sonno pertanto in modo naturale altera lo stato di coscienza e sua parte integrante è costituita dai sogni che nella nostra cultura ormai hanno perso quella connotazione mistico-religiosa tipica dei secoli passati.Teniamo inoltre  presente che un terzo della nostra vita trascorre dormendo e sognando e  che l’uomo da sempre ha cercato di  sviluppare delle tecniche  che gli consentono di calmare la mente e che alle   volte  si associano a delle esperienze allucinatorie o creativo intuitive, tecniche ad esempio utilizzate dallo yoga o dalla meditazione trascendentale. Per concludere questa breve introduzione , il sonno vero e proprio è preceduto da una fase chiamata “ theta” che consente alla mente di rilassarsi e che rappresenta inoltre una  valida strada per raggiungere l’inconscio.Vorrei quindi verificare come attraverso l’uso di sostanze psichedeliche naturali si possa prolungare questa fase theta per un tempo più o meno lungo e quali sensazioni o ricordi ad essa si possano associare. O forse sto cercando la conferma di ciò che da sempre ho saputo ma che non ha mai avuto il coraggio di ammettere,verità nascosta , sempre presente e sempre negata, ricacciata con forza nei labirinti dell’inconscio non appena essa sente il desideri di mostrarsi, desiderio di fermare almeno per qualche attimo la mia corsa ed ascoltare la voce della  mente, il sussurrio del “ piccolo angelo del culto animista Vudù “ che è presente in tutti noi e che la moderna psicologia chiama “io nascosto” Se tutti noi facessimo un’auto analisi di quanto tempo trascorriamo in compagnia del nostro io durante il giorno scopriremmo nella migliore delle ipotesi il tempo dedicato alla pulizia dei denti,un vortice continuo d’impegni in parte reali, ma per lo più voluti da altri forse per non farci pensare in modo tale che la nostra vita sia solo un ciclo produttivo in cui ai figli trasferiamo solo i nostri condizionamenti e le nostre frustrazioni, in un vortice forzato che non conosce la parola fine, costretti a combattere contro una miriade di leggi, leggine, politichese incomprensibile, orde di carta bollata, promesse immutabili e mai realizzate.La nostra vita lentamente  si consuma, il nostro slancio perde la spinta dirompente dei sogni, la fantasia è uccisa da programmi televisivi lobotomizzanti la nostra coscienza placata dal “prozac” pillola della felicità.Chi ci vuole non pensanti ?chi ci impedisce di esser padroni del nostro tempo? chi ci domina mediante un sottile meccanismo incomprensibile per la maggioranza della gente? Noi stiamo cercando queste risposte attraverso il contatto con la cultura di un popolo che ha saputo mantenere inalterato nel tempo la magia, la capacità di attraversare la “Nierika”popolo forse non ancora globalizzato ed uniformato. Ciascuno di noi potrà dare le proprie risposte a questi quesiti, noi non abbiamo soluzioni pronte cerchiamo semplicemente la nostra strada con la consapevolezza che la   dovremo cercare da soli, lottando per non perderci,un viaggio dal quale speriamo di tornare in parte  cambiati, più consapevoli e più forti.

 

POCHI GIORNI DALLA PARTENZA, MIE RIFLESSIONI….

 

Ormai manca poco, gli ultimi messaggi via internet sono stati spediti, progetti che si intrecciano da un capo all’altro del mondo, sto lavorando moltissimo e lo stress mi causa una certa agitazione..non è facile staccare, lasciarsi alle spalle tutto, come quando mi capita di mollare  gli  ormeggi a bordo della mia barca “ Serafina”, però ora se penso al mare mi sento più sereno,bisogna lasciarsi andare, il viaggio è un’avventura stupenda che ti fa sentire libero, come la navigazione a vela,sole e vento, ed il sapore d’antiche storie che stimolano la fantasia.In questi giorni ho avuto a che fare con problematiche riguardanti il mio lavoro ed ho constatato quanto sia forte ed articolato il potere, ha disgregato i nostri cuori,la nostra razionalità è oscurata dall’egoismo, guardiamo con sospetto il nostro vicino, la mente non lavora con sinergia, veniamo comandati non rendendoci conto di perdere la libertà attimo dopo attimo, frammenti che se ne vanno dilaniati dalla burocrazia,mostro dalle mille teste.

Eppure tutto sarebbe cosi facile se un minimo d’etica guidasse la nostra vita. Ma ora basta con il nichilismo cosmico cerco di rilassarmi immaginando a come sarà l’incontro con Francisco, forse la nostra vita cambierà, ma forse anche la sua potrà essere interessata da una svolta, infatti, il suo sogno di visitare Cuba potrebbe realizzarsi tramite noi, destini di persone diverse che si intrecciano, come i granelli di sabbia che il vento muove,come la simbologia descritta dal medaglione che porto al collo, metafora della sabbia, speranza che il vento possa sempre soffiare, e trasportarti alla scoperta di cose nuove, di nuovi amici. Forse la nascita di un piccolo racconto, che sin da ora voglio dedicare a mio padre eroe sconosciuto che ha saputo lottare vincendo numerose battaglie e della cui forza mi resi conto solo quando lo vidi morire, una figura che mi manca moltissimo e che solo ora riesco a capire, capace di vivere la vita di tutti i giorni portandone il grande perso.Lui scrisse prima di lasciarci “l’artista è un bambino con la mente da adulto” e “l’Arte libera l’uomo dalle catene quotidiane”frasi che ora interpreto come il suo testamento spirituale.Due ultime riflessioni in merito al cammino che vorrei intraprendere e che non ho avuto ancora  il coraggio di iniziare, amo il mare, il senso di libertà che si prova vedendo la terra sparire all’orizzonte e la gioia di quando la rivedi dopo una lunga navigazione,il mare che nel contempo è disciplina, dedizione, rispetto, mare che vorrei per Maestro perenne, visione che alle volte è offuscata dalla mia insicurezza .Condizionato dal mio essere materiale, non riesco a spezzare le catene di una vita priva di grossi scossoni, e quindi i miei ormeggi, perennemente tesi,  mi impediscono di salpare. L’insicurezza ed  ansia, ostacoli quasi impalpabili, indefiniti ma che sino ad ora non mi hanno consentito di prendere il largo.E se ripenso a quella sera all’ Avana impegnato in discussioni filosofiche con Oneida Alfonso mia affittacamere , e cara amica , mi ritornano alla mente le sue parole.”Marco ora hai 46 anni la vita ti sorride, e sino ai sessanta potrai fare molte cose sempre con grande energia ,ma questo intervallo di tempo è  costituito da solo 14 anni e non da cento” Noi tutti abbiamo la certezza del tempo vissuto e non ci rendiamo conto che il futuro è perennemente avvolto da un manto di nebbia.Sarebbe bello poter vivere ogni nostro giorno con la consapevolezza che potrebbe essere l’ultimo, questo forse ci permetterebbe di ammirare ed assaporare  i colori della vita, potremmo trasformarci in veri “ Cacciatori di sogni”.Come possiamo dire di aver letto un bel libro se ci fermiamo  solo alle prime pagine?Sto esprimendo i miei dubbi o meglio le mie angosce perché mi sono reso conto che appartengono a tanti, forse nel tentativo  di esorcizzali o, forse, cercando in un’autoanalisi la via per un’improbabile guarigione, o semplicemente do corpo al mormorio della mia mente, che costantemente ascolto durante il mio cammino.  Penso a quante persone si affannano per  porgerti su  un piatto d’argento la soluzione di tutto, venditori di fumo, o meglio ,  “ladri di tempo”,per quanto dovremo sopportarli, paladini di verità assurde,  propaggini di un potere il cui fine ultimo è solo sopravvivere a se stesso, enorme tritacarne per tutti i  sogni ed aspirazioni.

 

FINALMENTE IN VIAGGIO…

 

Ormai siamo in volo da molte ore e nel dormiveglia i mie pensieri mettono a nudo una certa ansia inspiegabile,sensazione che non mi abbandonerà per alcuni giorni. Per troppo tempo la mia vita si è svolta all’interno di un cerchio ,che sebbene per tanti possa apparire grande per me è diventato un’abitudine,per molti di noi la  vita  è una ripetizione delle medesime azioni, che alle volte rappresentano un  substrato su cui  si basano le nostre certezze e l’uscire da questi confini può generare un vago malessere ,mi sento orfano o forse la consapevolezza di dover affrontare situazioni inusuali ed imprevedibili fanno affiorare le mie paure . Guardando i miei compagni di viaggio mi rendo conto che per la stragrande maggioranza di loro la “vacanza”è solo un pacchetto già confezionato e pronto all’uso e consumo,mi diverto ad immaginare le loro mete cercando l’ispirazione negli abiti che indossano , i veri giramondo si riconoscono subito,come un’allegra comitiva di Genova che dichiara di voler girare in  lungo ed in largo l’intero Messico “armati “di zaini e sacco a pelo.Anche noi abbiamo le nostre tende, non le abbiamo  mai abbandonate con la certezza della loro importanza . All’arrivo a Messico City  purtroppo scopriamo che lo zaino di Mauri non ci ha seguito ,si prosegue tanto avremo il tempo necessario per recuperarlo in seguito.Lasciamo sorvolando questa immensa metropoli brulicante d’umanità e che vista dall’alto sembra un’enorme circuito di micro-cyps per atterrare a Puerto Vallarta dove finalmente prendiamo possesso di un letto per poter dormire alcune ore.Questa cittadina non presenta particolari attrattive ,infatti è meta di numerosi turisti americani che popolano le chiassose discoteche e birrerie ormai presenti ovunque,necessarie ed indispensabili affinché venga consumato il rito “vacanziero”Comunque il giorno seguente prendiamo contatto con il primo indiano Huichol incontrato alla galleria dell’artigianato ove ci rechiamo per farci un’idea di cosa riescano a fare con le loro mani. Non fu di molte parole per cui la nostra sete di notizie non venne appagata. Il tempo rallenta, le ore passano, e tra noi ormai si stabilisce quel legame che accomuna i viaggiatori, recuperiamo lo zaino perso per poi partire finalmente la domenica per San Blas ove ci aspetta Francisco. Il pulman procede lentamente, per noi questo non rappresenta un problema perché il paesaggio è magnifico e quindi ognuno se lo gode immerso nei propri pensieri,le ore passano veloci,incontriamo il nostro amico virtuale come previsto. Francisco ci accoglie in modo molto festoso non smettendo mai di parlare quindi ci fa accomodare nella sua casa vicina alla stazione degli autobus. Quello che mi colpisce è il senso di precarietà di quell’ abitazione cosi diversa dalle nostre, una casa mai abitata e mai vissuta ,dove tutto è appoggiato in posti impossibili ,il nostro letto ci aspetta, dormiremo in tre o meglio  cercheremo di dormire perché le zanzare sembra si siano passate parola,sconsolati guardiamo montagne di libri polverosi accatastati, cerchiamo di capire i discorsi filosofici del nostro amico Farcisco che senza pietà alcuna in ogni momento del giorno e della notte ci propina incessantemente.La mia ansia aumenta al punto di diventare scorbutico con Yami, mi sento preso in una sorta di trappola perché ogni cosa ora mi sembra complicata .Scopriamo che dovremo recarci personalmente con un piccolo aereo sulla Sierra per incontrare Kurame,  pur tuttavia trascorreremo a  San Blas due giorni per me lunghissimi soprattutto all’inizio. Lentamente abbandono la mia diffidenza nei confronti di questa persona cosi diversa da quelle che normalmente frequento e mi faccio conquistare un poco alla volta da quell’enorme quantità di dati che Francisco conosce in merito agli indiani,leggende filosofia,abitudini. Comincio ad ascoltare le loro musiche tradizionali che con i loro ritmi ipnotici calmano il mio nervosismo, passeggio lentamente  percependo l’armonia di quel posto difeso dalle zanzare ,la gente ci osserva sorniona non abituata alla presenza di turisti,ogni scusa è valida per parlare e fare amicizia .Il mattino seguente ci rechiamo alla spiaggia dove ci attende il primo rituale,infatti ci viene mostrata la rocca bianca,enorme scoglio che esce dal mare  .Rappresenta nel suo simbolismo la profonda relazione che lega il mais ed il peyote, infatti il mais alimenta  il corpo il peyote l’anima ,cosi ci spiega Francisco .Questa rocca simboleggia inoltre il primo peyote scaturito dalle acque primordiali del mare(Jaramara), simbolo inoltre del mais (jikuri). Da tutto ciò impariamo a conoscere questa dualità cosi importante per le popolazioni indiane. Inoltre apprendiamo che il peyote non viene usato a differenza dell’alcool come droga allucinogena,ma come mezzo per poter accedere al sapere e porsi in armonia con tutto l’universo che ci circonda.Affascinati da questi racconti facciamo le nostre offerte al mare fonte di vita,accendiamo le candele spezziamo i biscotti e immersi in una atmosfera quasi magica li lanciamo verso la rocca .A questo punto Francisco ci fa sedere sulla sabbia ,i miei occhi si riempiono della luce incredibile del Pacifico che con le sue onde bagna la nostra pelle Non vediamo anima viva,solo i gabbiani con il loro volo ci distraggono,il nostro maestro traccia sulla sabbia svariati simboli spiegandoci il loro significato e noi ormai non ci accorgiamo più del tempo che passa  .Il sole, il fuoco, il cervo azzurro,l’aquila,il serpente,la natura vista con una sacralità sconcertante,tutti elementi che    accompagneranno il nostro cammino,e ai quali faremo riferimento con  offerte rituali,affinché restino perennemente impressi nel nostro cuore e nella nostra memoria. Ormai veniamo richiamati alla realtà da un sottile bruciore ,infatti il sole impietoso nei confronti della nostra pelle bianca ci rammenta la sua forza., quindi ustionati a dovere ci avviamo verso il paese sognando una bella birra ghiacciata ed un po’ di ombra .Mauri assorto ha ascoltato tutte le spiegazioni assumendo la posizione del loto  godendo di quella   magica atmosfera creata  dall’essere gli unici turisti presenti su quella lunghissima spiaggia del  Pacifico.Ormai il momento della partenza per San Andres è  vicino.

 

PARTENZA PER SAN ANDRES….

 

Ci siamo intrattenuti a San Blas per tre giorni ,mercoledì mattina di buonora leviamo le tende ,si fa per dire, e con gli zaini alleggeriti  in pulman ci dirigiamo ad Istlan del Rio dove trascorreremo la notte,infatti il piccolo aereo che ci condurrà sulla sierra partirà il giorno seguente alle sei del mattino. Cerchiamo un alberghetto dignitoso a basso costo quindi consapevoli che quella sarebbe stata l’ultima occasione per farci una lauta cena ci sediamo in un ristorantino molto accogliente con l’intenzione di mangiare una succulenta bistecca.Facciamo amicizia con il proprietario ,raccontandogli del nostro viaggio , e con una certo stupore scopriamo che tutti sono molto interessati al nostro progetto ,infatti ci tempestano di domande alle quali ormai rispondiamo con una certa sicurezza,anche grazie agli insegnamenti di Francisco.Ormai stanchi, sazi ed anche leggermente brilli grazie alla tequila bevuta in abbondanza  ce ne andiamo a letto,  domani sveglia alle cinque.Il taxi ci accompagna alla pista di decollo ,una strisciolina di terra da cui partono minuscoli aerei. Qui veniamo pesati,bagagli compresi,poi inizia l’attesa,forse cinque ore,si sa in Messico non bisogna mai avere fretta.Inganniamo il nostro tempo facendo amicizia con una ragazza Austriaca che salirà con noi ,persona molto positiva ,insegnante di teatro che per il secondo anno consecutivo si reca presso la comunità di San Josè con lo scopo di insegnare recitazione ai bambini,inoltre ci mette in guardia in merito al pericolo di venire morsicati dalle zecche presenti in abbondanza negli accampamenti una volta preso contatto con gli Indiani.Decidiamo di non preoccuparci per questo problema,tanto per  punture di questo tipo non è mai morto nessuno.Scarico un certo nervosismo burlandomi di Yami e dei suoi lunghi capelli neri , lei con vezzo tutto femminile  non perde occasione per tenerseli ben spazzolati.Come farà sulla sierra o nel deserto in assenza di acqua?  Io e Mauri di capelli ormai ne abbiamo pochi L’attesa è snervante,poi però finalmente giunge il nostro turno e con una rapidità incredibile carichiamo “armi e bagagli” sull’aereo quindi via verso le montagne.Il verde della vegetazione ci colpisce come pure la profondità dei “barrancos”,ed anche i continui sobbalzi del piccolo aeroplano investito in continuazione dalle termiche.Ci divertiamo un sacco ammirando la bellezza del panorama .Viene prima sbarcata la nostra nuova amica ,poi si vola verso San Andres che raggiungeremo dopo circa una mezz’oretta.Vediamo dall’alto le piccole casette dell’agglomerato principale ed una polverosa pista d’atterraggio.In quel momento mi vengono in mente una quantità infinita di cose , gli attimi di quando questo progetto era solo un  frutto della mia fantasia ,ed ora  tra pochi istanti incontreremo Kurame con cui ci recheremo nella terra dei morti  ove come recita una preghiera rituale Huichola , con il canto cercheremo il cammino per raggiungere il nostro cuore alla ricerca delle nostre radici profonde.Nel frattempo si atterra tra sobbalzi,lasciandoci alle spalle una nuvola di polvere. Sbarchiamo,scarichiamo gli zaini ed il materiale fotografico e con una certa apprensione ci guardiamo intorno.Non mi aspettavo un comitato d’accoglienza però nemmeno il nulla più totale.Sconsolati ci sediamo sul bordo della pista decidendo sul cosa fare. Il villaggio è un misto di case tradizionali  vale a dire in muratura con tetto in lamiera ,però se ne scorgono molte costruite secondo i criteri indiani, vale a dire sollevate dal suolo ,in legno e con il tetto in paglia intrecciata con grande maestria. Osservandole con più attenzione possiamo notare che le pareti ed il pavimento sono costruiti con canne di bambù divise a metà ed unite mediante una corda. Secondo noi questa tipologia di costruzione è sicuramente più funzionale della prima. Vi è inoltre una piccola chiesa cristiana, che non sembra molto frequentata, alcuni spacci che vendono birre frutta ecc.ecc ,la sede della Comunità Indigenista ed un telefono. Notiamo anche la presenza dell’illuminazione.     Ogni tanto scorgiamo degli indiani che incuriositi ci osservano da una certa distanza senza peraltro prestarci molta attenzione .I bambini come in ogni parte del mondo giocano a pallone vestiti con i loro abiti tradizionali di cotone bianco aperti sulle braccia e sulle ginocchia e stretti in vita da cinture coloratissime sempre di cotone. Li osserviamo divertiti ,loro non ci degnano della minima attenzione, peraltro noi decidiamo di non scattare foto non sapendo come avrebbero  reagito. Chiediamo informazioni,scoprendo ben presto che il nostro uomo non si è visto da molto tempo,inoltre la sua casa dista circa quattro ore di cammino a piedi.Ormai bisogna agire,quindi, consapevoli che Francisco non ci ha detto proprio tutto quello che c’era da dire, ci mettiamo alla ricerca di un mezzo per raggiungere il rancio Los Toros ove vive la nostra guida.Siamo fortunati perché l’unico mezzo disponibile è libero e con una modica cifra ci si accorda con Miguel,il proprietario, che si offre di accompagnarci.Da lui scopriamo inoltre che quasi tutti gli indiani riuniti in gruppi sono gia partiti per il deserto,ed è per questo motivo che la comunità sembra spopolata bimbi a parte. Con una certa apprensione ci avviamo seguendo una polverosa strada  ascoltando delle cassette di musica “ ranchera.” Cerco di prevedere gli eventi ponendomi delle domande su cosa fare se non avessimo incontrato Kurame ed,in quegli attimi mi vennero alla mente svariate ipotesi tra cui, non mi vergogno ad ammetterlo ,quella di tornare indietro. Dopo circa una ora e mezzo raggiungiamo la comunità di San Josè ,chiediamo delle  informazioni ,venendo a sapere che la persona che stiamo cercando era andata a comperare del grano a Durango e che sarebbe tornata verso sera.Proseguiamo fiduciosi scoprendo che la nostra buona stella non ci ha abbandonati, ed ecco apparire, all’orizzonte un camion che avanza lentamente in una nuvola di polvere. Miguel con occhio clinico ci dice: quello deve essere il camion su cui viaggia  Kurame!!!ragazzi siete proprio fortunati.Ci gettiamo all’inseguimento e dopo pochi attimi che a me sono sembrati un’eternità finalmente prendiamo contatto con il nostro futuro amico.Lui non sembra stupito di vederci,sapeva che saremmo arrivati ma non quando.Scopriamo allora un’altra piccola bugia di Francisco il quale ci aveva assicurato che la nostra guida ci avrebbe aspettato  sulla pista di atterraggio.Mi sento finalmente sereno,quando tutto si concatena per il verso giusto gli eventi che seguiranno non potranno essere negativi ,quindi forte per questa mia positiva intuizione mi dedico ai convenevoli .Kurame è vestito con un abito tradizionale da lavoro simile a quello indossato dai bimbi, si possono notare in più delle bordature colorate in rosso o in azzurro, ci presenta il padre e con un certo stupore scopriamo che quest’ultimo  ha 82 anni. Capelli neri e lunghi con i tipici lineamenti che ci si aspetta  possa avere un’ indiano, il volto scavato da anni di fatica cotto dal sole e dalle intemperie simile in tutto e per tutto a quello dei marinai che solcavano in lungo ed in largo gli oceani.. Lo vediamo manovrare sacchi di mais del perso di cinquanta chili quindi ci sentiamo in dovere di fargli i complimenti.Lui come se  la  nostra presenza fosse ormai un fatto assodato , con un’espressione indecifrabile ,continua imperterrito nel suo lavoro incurante delle nostre emozioni.   Un modo sicuro per rompere il ghiaccio,  è quello di bere una birra quindi  ci avviamo verso una casupola dove notiamo la presenza di uno spaccio gestito dalla sorella  di Kurame Maria Cristina, il cui nome in lingua Huichola è tuttavia impronunciabile .Seduti sul ciglio della strada ,circondati da un gregge di capre facciamo un brindisi al nostro incontro,non potendo fare a meno di notare la bellezza del paesaggio che si snoda a perdita d’occhio dinnanzi a noi. Kurame si dimostra da subito molto socievole, anche lui come il padre Josè ha lunghi capelli neri e  fisico robusto .Non provo più ansia ,come per incanto mi sento bene,percepisco l’armonia della natura , le capanne con il tetto di paglia sono costruite nel modo tradizionale ,si confondono con il paesaggio,e se non fosse per la presenza della plastica,e dell’immancabile coca-cola potrei pensare di aver fatto un salto a ritroso nel tempo di almeno cento anni.Camminiamo su e giù seguendo sentieri che si snodano nel bosco incontrando altri indiani che si fermano a parlare con noi,sono molto discreti ,non facciamo fatica a comunicare con loro,forse percepiscono la nostra serenità , ci sentiamo da subito integrati per cui non ci stupiamo quando arriviamo in quella che sarebbe stata la nostra casa per tre notti,in una radura circondata da maestose piante.Qui prendiamo contatto con la famiglia di Kurame, la moglie,Alicia, la  suocera Leocadia ,svariati figli, sorella della moglie ecc,ma soprattutto innumerevoli cani.nati da indecifrabili incroci. Tutti sono incredibilmente sporchi di terra e polvere ,i bimbi bellissimi e sempre sorridenti, per nulla intimoriti ci accolgono dimostrando grande curiosità mentre le donne non smettendo mai di lavorare ci studiano a distanza.Notiamo che stanno preparando la cena,mais cotto sul fuoco ed una minestra,ci rendiamo improvvisamente conto di avere molta fame, infatti è dalla mattina che non mettiamo nulla sotto i denti. Purtroppo l’attesa sarà ancora lunga. Nel frattempo osserviamo le donne al lavoro, attorno al fuoco (Tatevarì) si svolge tutta l’attività del campo, infatti, su una piastra arroventata vengono cotte le tortillas di mais, i cani sornioni cercano di rubare qualche boccone mentre i bimbi rotolandosi nella polvere giocano con giocattoli improvvisati.Nessuno bada a loro , sono, seppure molto piccoli autosufficienti e con sicurezza scacciano i cani quando diventano troppo invadenti.Li osserviamo stupiti,mentre giocano con coltelli più lunghi di loro, Mauri s’improvvisa in baby sitter suscitando i sorrisi benevoli delle donne a cui non sfugge nulla.Il tempo passa ,e per la prima notte approfittiamo dell’ospitalità che ci viene concessa preparando i nostri letti dentro la piccola capanna rialzata , non pensando che l’intera famiglia avrebbe dormito per terra accanto al fuoco.Procediamo però con ordine, finalmente si mangia,seduti intorno al fuoco, si inizia con l’immancabile zuppa di fagioli seguita da tortillas e da una scatoletta di tonno.Cerchiamo di non abbondare con le razioni perché ci siamo resi conto che le bocche da sfamare sono molte,quindi non vogliamo pesare con la nostra fame “occidentale”sul gruppo che ci ospita.Il fumo  spinto dal vento ci fa lacrimare in continuazione gli occhi però nel frattempo la temperatura  si è notevolmente abbassata per cui non ci allontaniamo dal tepore della legna che arde ,capendo la ritualità ormai dimenticata dello stare tutti insieme .Sazi, sentiamo il peso della stanchezza per quell’indimenticabile giornata ,quindi ci rifugiamo sotto i sacchi a pelo e non tardiamo ad addormentarci.La notte trascorre veloce,veniamo svegliati dai cani,che ogni tanto iniziano a latrare in gruppo rispondendo ai mille rumori della notte.Ci svegliamo con le luci dell’alba ,anzi prima , perchè scopriamo  quanto sia possente il canto del gallo animale  per noi ormai appartenente ai racconti della nonna.Con gli occhi gonfi,le ossa doloranti ci sgranchiamo le gambe avvicinandoci al fuoco dove le donne hanno gia incominciato a lavorare.Facciamo colazione mangiando gli avanzi della minestra  della sera riscaldata,ci guardiamo sorridendo,i nostri abiti sono sporchi,le mani nere,e non c’è possibilità per ora di lavarci. Da dentista dedico molta cura solo al lavaggio dei denti .Gli indiani ci guardano incuriositi mentre cerchiamo di darci un aspetto decente ,ed ogni tanto sorridono,chissà cosa stanno pensando di noi !!!Decidiamo di partire per esplorare il territorio, per cui padroni finalmente del nostro tempo, ci avviamo seguendo il sentiero in mezzo agli alberi. E’ giovedì  e la partenza per il deserto è fissata per sabato quindi potremo conoscere i nostri nuovi amici e fare molte fotografie inerenti la loro vita quotidiana . A tal proposito Yami ha conquistato la loro fiducia scattando numerose polaroid, ovviamente regalandole e vincendo cosi la naturale diffidenza che l’obbiettivo incute . Ci riempiamo gli occhi e la mente con quel paesaggio maestoso mentre con passo lento battiamo la strada sterrata che attraversa la sierra , ogni tanto incontriamo personaggi che evocano  lontani ricordi legati a proiezioni cinematografiche ormai sbiadite dal tempo ,con loro familiarizziamo rapidamente usando uno spagnolo molto intuitivo, anzi, anche Mauri che non lo parla neppure riesce a frasi capire usando  la sua tipica mimica. Sono persone dotate di grande istinto e noi ci sentiamo perfettamente in armonia con loro, mi è difficile spiegare questa sensazione ,infatti riflettendo sul mio precedente viaggio fatto in Marocco, sovente percepivo una velata ostilità da parte delle persone che ci avvicinavano per venderci le loro mercanzie ,e questo mi metteva sovente in imbarazzo ,ora non provo questa sensazione di continua allerta, mi sento bene anche se sporco ed impolverato ,pur tuttavia si sa ci si abitua presto anche perché i miei amici non sono da meno. Ci avviciniamo alla casa della sorella di Kurame e con nostra sorpresa la vediamo intenta nella tessitura di una tipica borsa peyotera con un rudimentale telaio,ne approfittiamo per fare qualche scatto poi ci prenotiamo per acquistare quel piccolo capolavoro di artigianato fatto con una fatica per noi ormai sconosciuta ,infatti le macchine tessili non sudano!! Seduti all’ombra di un pollaio con grande interesse la guardiamo mentre sotto un sole cocente imperterrita continuo la sua opera .Le figure si compongono un poco alla volta ,i colori allegri colpiscono la nostra fantasia, il bianco e l’azzurro fanno da contorno all’immancabile  peyote, che rinchiude la simbologia del cinque., rispettivamente  i quattro punti cardinali , con al centro la tua essenza ,infatti da qui nasce il concetto del cammino e del canto che cercherò di spiegare in seguito. Cinque sono inoltre i colori del mais, (bianco,giallo, blu, rosso, e  misto) appare quindi evidente l’importanza di questo numero nella mitologia di queste popolazioni , inoltre il mais rappresenta quasi l’unica loro fonte di sostentamento. Ora ci spostiamo decidendo di andare alla ricerca della sorgente d’acqua che da qualche parte deve pur esistere, infatti, non fatichiamo molto a trovarla perché notiamo un gruppo d’indiane che con dei recipienti s’addentrano nel bosco seguendo un sentiero. Ci mettiamo sulle loro tracce camminando sino ad incontrare un piccolo fiumiciattolo ormai in secca e con nostro stupore scorgiamo una pozza d’acqua stagnante protetta da alcuni tronchi.Osserviamo le donne al lavoro che con dei piccoli recipienti travasano l’acqua in contenitori più grossi, per poi stracariche imboccare la strada del ritorno. Ormai  non ci par vero di poterci lavare , quindi si ritorna al campo per prendere il necessario, tra cui la pompa per potabilizzare l’acqua da bere ed in un battibaleno eccoci tutti nudi armati di sapone a toglierci lo sporco di dosso.Laviamo anche le calze .Questa sarà il nostro ultimo bagno perché per dieci giorni non avremo più la possibilità di farlo .Potrà sembrare poca cosa però per noi abituati a tutte le comodità ci sembrò allora un periodo molto lungo. Quella sera vennero al campo alcuni indiani , li osservammo mentre parlavano nella loro lingua incomprensibile , annuendo di tanto in tanto.Intuimmo che stavano discutendo su come organizzare la partenza .Notai che sebbene il cibo fosse scarso a tutti gli ospiti veniva offerto da mangiare.Quella notte dormimmo nelle nostre tende perché non potevamo concepire  l’idea di privare i bambini di un tetto e di un riparo .Riposammo  malissimo perché montai la canadese su una falsa pendenza per cui il cibo durante la digestione mi  rigurgitava in gola ,inoltre il maledetto gallo ci tenne svegli con il suo possente canto. Al mattino con le ossa sempre più dolenti ripetiamo il rito della colazione ,Yami comincia a fotografare i bimbi io e Mauri ce ne andiamo a spasso per i boschi, felici che i cani avessero smesso finalmente di rincorrerci ogni qual volta ci avvicinavamo all’accampamento .Parlo a Mauri della vita,delle mille contraddizioni presenti nella nostra società, cosi poco visibili quando sei immerso nel lavoro ma che improvvisamente diventano quasi palpabili non appena ti fermi e rifletti,lui annuisce, infatti non è molto loquace, pur tuttavia se non ci avesse accompagnato nel nostro viaggio  ne avrei sicuramente  sentito la mancanza.Ci siamo immaginati i nostri amici alle prese con le piccole difficoltà da noi vissute e questo ci ha messo di buonumore perché credo che nessuno di loro avrebbe voluto essere al nostro posto,peccato,ora stiamo molto bene respirando l’aria frizzante della sierra  sotto un cielo azzurrissimo…

 

PARTENZA PER IL DESERTO

 

E’ sabato,eccitati perché finalmente è giunta l’ora della partenza prepariamo gli zaini e ripieghiamo le tende,cercando di eliminare la maggior quantità di polvere ,ci rechiamo alla casa del papà di Kurame distante circa due chilometri dalla nostra radura. Scattiamo alcune foto tutti insieme con le donne che ormai hanno abbandonato la loro naturale diffidenza poi ci avviamo lentamente verso il punto in cui sarebbe arrivato il pik-up nostro mezzo di trasporto per il deserto .Partecipiamo tutti insieme al rituale propiziatorio ,gli indiani attorno all’onnipresente fuoco ripetono i loro canti incomprensibili provvedendo con le loro piume magiche alle “limpie”di tutti i componenti della spedizione , macchina compresa,  infatti giudicando dall’età ne aveva sicuramente bisogno!!! Kurame prepara per ciascuno di noi un rametto di acero che getteremo nel fuoco con farina di mais di svariati colori,noi partecipiamo intuendo istintivamente il significato della cerimonia. .infatti si tratta di un rito purificatorio perché siamo diretti verso il deserto che è il regno dei morti .Finita la cerimonia saliamo sul furgone pieni di ottimismo, Miguel è il nostro autista e lentamente procediamo seguendo una strada polverosa. Ogni tanto ci fermiamo per caricare altri partecipanti alla marcia sino a quando il cassone del furgoncino è completamente stipato.. Compressi a dovere cerco di memorizzare i nomi dei nostri compagni . Non è una impresa facile per cui decido di scrivermeli annotando delle caratteristiche peculiari di ciascuno di loro .I vestiti che indossano sono bellissimi ornati da disegni rappresentanti  animali sacri, ricamati con le immancabili “chachire” particolari sono pure i cappelli ornati di piume e di ogni sorta di amuleto compreso anche qualche tappo di birra.Con noi ci sono pure due anziani Marakamè, Antonio che ha 88 anni e Josè papà di Kurame di 84 .Notiamo la loro particolare resistenza a tutte le difficoltà del viaggio e loro con orgoglio ci raccontano che ai loro tempi al Wirikuta ci si andava a piedi impiegandoci circa un mese tra l’andata ed il ritorno .Partecipano inoltre al viaggio due coppie con figli piccoli,.Celestino,  il sig.Esatto ,ed altri che poi chiamerò con nomi di fantasia perché quando si entra nel deserto bisogna cambiare il nome a tutto, per cui ad esempio il fuoco verrà chiamato sole ed il sole fuoco.(tatevari) ,  Io e Mauri con molto pragmatismo saremo chiamati los Italianos e Yami la Cubana .Le gambe incastrate ci fanno male ,il sedere pure, però a nostre spese impariamo a non lamentarci perché le cose possono andare peggio, infatti ci si ferma a caricare  pure della legna che servirà per il fuoco della notte, quindi il nostro spazio si riduce ulteriormente. Lentamente il paesaggio comincia a cambiare,i boschi diventano via via meno fitti, vistose  aree disboscate  rendono meno piacevole il nostro cammino ,l’onnipresente plastica turba la vista ,e cominciano a comparire sempre più frequentemente agglomerati urbani , piccoli paesi costituiti da casupole in miniatura, il terreno si fa brullo,  ci si ferma per fare rifornimento di benzina  Tepetates piccolo agglomerato di casupole e li scopriamo la smodata passione dei nostri compagni huichol per la birra e ogni sorta di cibo  tipo patatine  o altro. Spendono delle fortune  nell’acquisto di questi alimenti che da noi una brava mamma cerca di non dare ai propri figli   ma quel che è peggio subito ci accorgiamo che la birra o peggio la tequila non la reggono proprio,forse per un problema enzimatico a livello epatico .Il gruppo un po’ brillo si rimette in viaggio,ed il furgone stracarico dopo alcune ore raggiunge Huejuquilla . Ne approfittiamo per mangiare una bella bistecca mentre un meccanico cerca di riparare le varie magagne del pik-up .Al’uscita dal ristorante ci accorgiamo che fa molto freddo ,il sole è tramontato da un’ora  ma quel che è peggio, Yami si è dimenticata a casa di Francisco il pail e la giacca in gorotex,.per quanto mi riguarda io ho volutamente lasciato la  mia giacca  per avere un minor ingombro. Usiamo le coperte prese in aereo per ripararci dal vento freddo della notte. Ranicchiati  ed infreddoliti contiamo le ore che non passano mai , mi sento la febbre,infatti il sole preso a San Blas mi ha procurato vistose scottature sulle braccia che ora si sono trasformate in mille bollicine. Cerchiamo di scaldarci gli uni contro gli altri., anche Yami viaggia con noi sul cassone perché un’ indiano approfittando di un suo momento di distrazione le ruba il posto in cabina. Perderà la voce a causa di quel viaggio cosi scomodo.Attraversiamo vari agglomerati molto popolati dirigendoci verso Aguascalientes ,ora il paesaggio assomiglia a quello delle nostre aree urbane , quindi privo di  una qualsiasi  attrattiva. Ormai provati dal lungo viaggio non ci par vero alle tre del mattino di fare una sosta.Non mi rendo conto del luogo,al chiarore della luna piena posso vedere che si tratta della una periferia di un piccolo paese ,gli Huicholes accendono il fuoco e noi stanchissimi,ormai senza più alcuna remora ci sdraiamo per terra coperti fino alle orecchie ed osserviamo ciò che accade. Viene preparato un frugale pasto che a fatica riusciamo a mangiare a causa della stanchezza, poi gli Sciamani iniziano a chiederci i nomi di persone a noi legate sentimentalmente in passato, e ad ogni nome fanno un nodo su una cordicella. Intonando poi la solita cantilena alla quale ormai siamo abituati e che ora cerchiamo di imitare, gettano quest’ultima nel fuoco eseguendo poi la purificazione di tutti con il Muvieri costituito da uno scettro di  piume d’aquila . È un rituale che permette agli Huichol di tornare alla matrice d’origine infatti la corda rappresenta il cordone ombelicale, perché il loro è un viaggio dal presente alla nascita del mondo.     

Lentamente scivoliamo  nel sonno cullati da quel canto rituale che sentirò ancora molte altre volte. L’alba mi sveglia ,loro sono ancora rannicchiati attorno al fuoco ,mi guardo lentamente attorno notando lo squallore di quel posto,infatti il nostro accampamento è collocato nel bel mezzo di una discarica.,alla periferia di un paese chiamato Salinas . Mi raccolgo tremando dal freddo il più possibile vicino al fuoco poi richiudo gli occhi cercando di riaddormentarmi nell’attesa di poter comperare qualche cosa da mangiare .I miei compagni di viaggio sono accucciati vicino a me ed anche loro cercano di dormire .La povere ormai ricopre i nostri vestiti ,ci sentiamo sporchi ,ma la cosa ora non costituisce  più un problema. Nel dormiveglia affiorano nella mia mente vecchi timori,ed ansie mi sento nudo di fronte alle piccole difficoltà quotidiane   ,ora però il sole mi sta riscaldando e tutto scompare come il ricordo di quella notte da incubo.Ci aggiriamo per il paese alla ricerca di cibo,.i nostri compagni di viaggio hanno trovato subito uno spaccio e quindi si sono affrettati a riempirsi le tasche con i soliti prodotti alimentari che fanno la gioia dei bimbi piccoli, noi abbiamo comperato frutta e tortillas gia cotte che divideremo con il gruppo.Si riparte alle dieci ,la periferia di Salina è una raccolta di plastica di tutti i tipi portata dal vento,poi il deserto che  si comincia ad intravedere con gran misericordia inghiotte tutto questo scarto dell’uomo e ci restituisce la gioia di un bel paesaggio formato da agavi e da cactus.  Kurame tra un sobbalzo e l’altro  comincia a spiegarci con fare misterioso che presto dovremo affrontare una prova decisiva perché per noi si tratta della primo ingresso nel deserto .Infatti di li a poco veniamo bendati con i nostri fazzoletti sporchi di polvere ed accompagnati dopo circa dieci minuti di viaggio in un luogo sacro chiamato………scendiamo dal furgone ed uno alla volta veniamo invitati a fare la pipi  quindi ci viene ridata la gioia della luce.Siamo pronti per il Wirikuta, ora facciamo parte finalmente del gruppo . Per noi è giunto il momento di capire la  semplice filosofia di vita di queste meravigliose persone infatti in questo luogo abitato dai “guardiani delle acque” Tatei Marinieri tutti uniti preghiamo affinché la pioggia cada  abbondante e il mais cresca rigoglioso non solo per noi ma anche per tutta l’umanità. Questa metafora ora mentre scrivo mi commuove per il suo profondo significato e mi appare evidente il legame che unisce queste persone alla “terra”intesa come cosmo abitato da ogni essere vivente  spazio sempre più umiliato e violentato da ciò che definiamo progresso.Ora mentre cantiamo con ritmo sempre più cadenzato la preghiera rituale ci accorgiamo che profonde lacrime solcano il viso rugoso di Antonio e di Josè , più tardi scopriremo che il loro pianto era legato alla consapevolezza della fine imminente del loro mondo ormai contagiato dal cancro del consumismo pianto che però ora, fratello di queste persone , sento rivolto anche alla nostra società , ormai profondamente contaminata .  Successivamente con solennità gli Huicholes  si spogliano e si lavano con quelle sacre acque forse per purificarsi da quelle che loro avvertono come colpe mentre noi infiliamo le candele accese nella melma limacciosa della fonte unite ad offerte gradite alle divinità ,tipo cioccolato oppure piccole monete.Ripartiamo stanchissimi per arrivare dopo alcune ore a Coyotillos piccolo agglomerato di case al limite del vero deserto di Real Catorce.Sono le otto di sera e fa molto freddo,a tempo di record montiamo le piccole tende vicino al fuoco che nel frattempo gli indiani hanno acceso. Mauri ormai stremato cerca di aiutarmi ,al contrario complicandomi l’allestimento del campo,mi innervosisco anche perché  sento la febbre alta ed ho continui brividi.Osservo i nostri compagni mentre imperturbabili mangiano ,sembrano immuni ad ogni tipo di fatica mentre noi dopo soli due giorni e due notti di viaggio siamo distrutti .Provo una profonda ammirazione per queste persone cosi semplici e forti unite dalle tradizioni mentre noi come ciechi brancoliamo nel buio dei nostri miti .Ormai i bimbi sotto le coperte dormono mentre un freddo vento da nord spazza l’altopiano Messicano.Mi riparo rapidamente nella tenda con Yami ,anche lei è assai provata dalla fatica,ha perso completamente la voce e non riesce a  parlare,sentiamo il telo della piccola canadese sbattere colpito dalle forti raffiche e non riusciamo a prendere sonno.Ad un tratto Kurame ci avvisa che alcuni abitanti del villaggio impietositi per la nostra condizione ci offrono un granaio per dormire. Noi stanchissimi  rifiutiamo l’offerta perché  non abbiamo la minima voglia di rivestirci ed affrontare nuovamente il gelido vento.Osservo gli indiani che si avviano verso alcune case poi cerchiamo inutilmente di dormire.Passa un’ora ed ecco che scopriamo il perché quel paese si chiama Coyotillos ,infatti gli ululati tipici dei coyotes ci svegliano dal nostro torpore .Yami è molto spaventata per cui decidiamo nostro malgrado di raggiungere gli altri nel granaio.Come “zombi” avvolti nei sacchi a pelo ci aggiriamo tra le case del villaggio cercando  un rifugio .Finalmente scorgiamo il furgone  ,ci avviciniamo ad una porta che ci affrettiamo ad aprire .I nostri amici sono tutti sdraiati per terra gli uni vicino agli altri,a fatica riusciamo a trovare un pò di spazio quindi esausti ci addormentiamo rapidamente rassicurati dal gruppo  .Non ci pesa udire gli indiani parlare nel sonno e neppure sentirli russare e tossire  tutto lentamente si affievolisce mentre la nostra mente si spegne nella notte. Al mattino dopo aver riposato con il sorgere del sole lentamente ci alziamo , e a fatica  ci prepariamo per la colazione, smontiamo le tende poi siccome fa molto freddo cerco delle coperte. Manuel, il proprietario del granaio accetta di venderne un paio e quindi finalmente riscaldato decido di fare un giretto per il paese . Il vento da nord sferza quelle piccole e povere case,tuttavia mi sento molto confortato da quelle strette di mano cosi semplici che riescono a trasmetterti il calore e la solidarietà di quelle persone  vere .Trascorrono circa due ore ed io seduto sul bordo della strada accucciato nell’attesa che tutti siano pronti osservo i cespugli secchi che sospinti dal vento rotolano nel deserto seguendo rotte immaginarie,mi viene spontaneo pensare alla mia vita che ancora non ha preso una direzione precisa,.alla mia continua ricerca e alla mia inquietudine al senso di solitudine che spesso mi fa sembrare inutili tutte le cose che faccio. Eccomi lontanissimo da casa coinvolto in una esperienza che ha dell’incredibile,per cercare cosa ,forse me stesso o il coraggio che non ho di molare tutto e seguire il vento.Penso che forse la febbre sta alterando i miei pensieri e per fortuna gli Huichol mi chiamano perché è giunta l’ora della partenza,stancamente mi butto sul cassone e con Mauri e Yami vicini riprendiamo il nostro lungo percorso.Trascorrono alcune ore accompagnate da scossoni,polvere e forature.Le lunghe spine dei cactus e delle agavi forse ci vogliono rammentare che ci si sta avvicinando alla terra dei morti. Ora stiamo viaggiando in una regione piuttosto montagnosa con numerose rocce che sporgono dal suolo per circa  quaranta cinquanta metri e qui ci si ferma perché stiamo attraversando la porta del Virikuta , quindi riprendiamo a fare le solite cerimonie,ora anche noi intoniamo la cantilena indiana intuendone il significato,forse racconta del mitico “  cervo azzurro” o del maestoso volo dell’aquila o dello strisciare del serpente o forse è una semplice preghiera agli dei che sornioni osservano il nostro cammino .Il “Contabile” al termine della cerimonia ci stupisce e suonando un corno ,annuncia che ormai siamo molto vicini alla terra del peyote. Iniziamo a cogliere l’importanza di quelle cerimonie, del sacrificio fatto da tutti noi per giungere sino li, ci sentiamo orgogliosi , ed anche un po’ intimoriti dall’esperienza che ci attende. In quel momento sento fluire la mia vita come se la osservassi seduto su una poltrona,come se ormai non mi appartenesse più, mi sento proiettato in una dimensione diversa, il cammino intrapreso mi cambierà per sempre ,intuisco che non sarò più quello di prima,non provo timore,la pioggia laverà  tutto  la povere si trasformerà in fango e quest’ultimo di nuovo in polvere seguendo un ciclo a cui nessuno può sfuggire. Scossone dopo scossone si riprende il cammino sino ad arrivare all’ultimo agglomerato di case dove cerchiamo di aggiustare la ruota di scorta che si è bucata per l’ennesima volta.Mentre cerchiamo di portare a termine questa operazione i nostri compagni ne approfittano per prendersi una sonora sbornia,non reggono l’alcool e dopo poco tempo ce li troviamo barcollanti tutti attorno a noi .Non riusciamo a capire i loro discorsi,purtroppo se la prendono con yami ed in quel momento, lo confesso, mi viene la voglia di mollare tutto.Per fortuna quegli attimi di tensione si risolvono rapidamente  quindi si riparte per il Virikuta.Ci arriveremo verso le quattro del pomeriggio.

 

IL WIRIKUTA….

 

La magia che ho cercato per il mondo è dentro di me ,so di averla ma come un bimbo che sta scoprendo le proprie potenzialità devo ancora imparare ad usarla ,attraverso momenti di smarrimento nell’attesa di segnali che mi indichino il cammino,sento nell’aria il movimento,una farfalla che vola leggera e che non riesco ancora ad afferrare, convivo con l’infelicità di chi sente l’inutilità ed il vuoto che lo circonda l’urlo di disperazione di un mondo che sta morendo divorato dall’avidità delle persone che lo abitano.Quale sarà il mio scopo,perché continuo a vagare apparentemente  senza una meta precisa,perché sento che il mio ciclo sta terminando,la terra forse sarà vicina , però la nebbia è ancora fitta.Mi aggrappo al timone della mia vita , cercando di mantenere la rotta , non posso fermarmi ora, e prego di avere sempre il coraggio di guardare avanti accompagnato dalla percezione d’incontrare solo persone in viaggio,dal dolore della sosta ,e dalla  speranza che il vento soffi forte e presto.Che cosa rappresenta per me la terra dei morti se non la vita che ho fatto sino ad ora???realmente quale traccia ho lasciato durante il mio cammino a parte il fatto di essere, forse, un bravo dentista.Posso fare molto di più, devo fare molto di più.Mi sento  un eterno viandante .Questi pensieri turbano la mia mente mentre i gli scossoni del camion con ritmo ipnotico fungono da contorno alle mie riflessioni.Il Wirikuta,collina alta circa dieci metri , di quarzo, enegia che senti vibrare nell’aria ed una profonda gioia per aver raggiunto la meta  improvvisamente diviene realtà,eccola finalmente.Nei pressi vediamo un’imponente albero,l’unico,delimitato da un circolo Sacro di pietre.Con passo tremante  scendo dal furgone e lentamente ci avviamo verso il luogo sacro. Questa visione scaccia il pessimismo e dopo aver scambiato alcune  parole con i miei compagni di viaggio ci addentriamo nel deserto alla ricerca del mitico peyote, come zombi ci aggiriamo tra i cactus,le spine  si conficcano nelle nostre scarpe,ma per fortuna siamo dotati di suole assai robuste. Yamilè con la sua portentosa vista trova i primi cactus sacri .Ritorniamo al campo per partecipare alla cerimonia dell’arrivo che nella fattispecie si tiene al tramonto.In fila saliamo seguendo un piccolo sentiero sulla montagnola,avvertiamo l’importanza di questa cerimonia infatti portiamo le nostre ultime offerte,io, lascio l’immagine sacra di Ganesc donatami da una lebbrosa in India ,Yami la piuma della colomba sacrificata durante un rito di Santeria a Cuba  poi scrivo i nomi delle persone a me care su un foglietto che fermo al suolo con una candela.La fiamma tremolante si spegne rapidamente perché il vento soffia assai forte sollevando sabbia.Dopo aver pregato a lungo gli Huichol si avviano verso il campo, viene acceso il fuoco e tutti uniti consumiamo un frugale pasto,il vento spinge il fuoco verso di noi, il fumo ci fa lacrimare gli occhi ed il freddo si fa pungente,anche perché non mi sento bene e l’effetto dell’aspirina ormai sta terminando.Finalmente posso donare i sigari che mi ero portato dall’Italia allo Sciamano più anziano ,Antonio , tutti noi lasciamo qualche dono ai nostri compagni di viaggio ,questi verranno in seguito divisi con tutto il gruppo.Il momento della verità si sta avvicinando,infatti vediamo che tutti cominciano a mangiare spicchi di cactus,anche noi ci avviciniamo e riceviamo la nostra pare .Il peyote è amarissimo e per mangiarlo lo unisco a piccoli pezzetti di arancia mentre vengono intonati conti rituali molto ipnotici accompagnati dal suono di un violino e da un tamburo,il tempo ormai sembra non aver più importanza,lentamente mi lascio cullare dal ritmo del canto,il deserto parla ,la terra parla non sento più il freddo la luce del fuoco e della luna si fondono nella mia mente .Tutto è cosi irreale, mille luci come ali variopinte di farfalle si stagliano nella mia mente , immagini ed ombre che alle volte assumono delle sembianze ben precise Il serpente e l’aquila, mie visioni ,il primo che sa tutto per quanto concerne la  terra la seconda del cielo,cosa vorrò essere nel mio futuro,questa frase pronunciata da Antonio continua ancora a riecheggiarmi nella mente ancora oggi che sto aspettando dei segnali precisi per dare una svolta alla mia vita. Queste immagini non mi turbano ,sono solo la conferma inconscia che la mia ricerca continua che la meta forse è lontana ma che esiste, che i miei sogni sono ancora presenti e vivi.La pioggia improvvisamente ci bagna , questo è un presagio molto positivo,poche gocce per la verità però quei tuoni e quelle lacrime dal cielo in quell’atmosfera cosi irreale ora mi sembrano   il frutto di una magia alla quale anch’io ho partecipato.Cantiamo , ora capisco il significato del canto mezzo per raggiungere il mio cuore ove vivono le mie radici,la mia genetica. Allora mi  sembrava di comprendere l’universo  ma ora mi sento    nuovamente smarrito in preda a mille dubbi. Era tutto  più semplice e chiaro almeno in apparenza .Certo si sono susseguite tante cose per cui diventa  difficile scrivere l’ epilogo di questa storia .La lunga notte trascorre ed il fuoco si consuma ,come pure l’effetto della mescalina  i colori assumono la loro connotazione reale, mi sento solo profondamente stanco ma con la  convinzione di aver partecipato a un qualche cosa di straordinario .Il giorno dopo ci scaldiamo al sole sdraiati sulle rocce pietrose del deserto mentre gli Huichol partono per la grande raccolta ,non riesco a camminare ho tutta la schiena piena di bolle provocate dall’ustione del sole in quei lontani giorni del nostro arrivo a San Blas  ed ora tutti e tre pensiamo al ritorno ,cosa ci aspetterà?La sensazione ben precisa che nulla sarebbe stato più come prima mi attanaglia lo stomaco piacevole e nello stesso tempo premonitrice di eventi  drammatici. Riprendo la mia storia dopo una lunghissima pausa,non sapevo come terminarla ,non sapevo cosa scrivere ,il mio tempo è trascorso velocemente al punto da farmi quasi dimenticare questa meravigliosa esperienza, però ora che assaporo attimi di solitudine sulla mia barca a vela sento improvvisamente il desiderio di chiudere un capitolo ,ed allora , tutti e tre  dopo aver abbracciato i nostri compagni di viaggio consapevoli che un filo invisibile ci avrebbe per sempre unito a loro , con i nostri zaini sulle spalle  riprendiamo il cammino verso la civiltà .Torneremo nel deserto ne siamo sicuri anche perché il ciclo  deve essere chiuso con la danza e con la caccia ,la via del  ritorno alle nostre origini è ancora lunga e la Sierra ci aspetterà quando verrà il momento , quando una voce dentro di noi parlerà ancora per dirci che il tempo di partire  è arrivato. Antonio prima di farmi mangiare il Sacro Cactus mi disse di non spaventarmi se avessi scorto  un Ombra minacciosa seguirmi,perché quella era l’ombra della mia morte.  Se questa  non aveva ancora deciso di toccarmi  significava che ero ancora vivo e che  dovevo vivere bene il mio tempo perché non potevo  sapere, e per ora vedere quando questo si sarebbe verificato.Quelle parole  risuonano ancora nella  mia mente e non potrò mai dimenticarle perché al mio ritorno quell’ombra ha toccato una persona a me cara,mia madre. La sua perdita  ha posto davanti a me  quelle scelte che sapevo che prima o poi avrei dovuto fare  e che non potevo più  rimandare.Ora per me tutto è chiaro non sarò Serpente anche se il cammino per diventare Aquila sarà ancora lungo .Tutti e tre , anche se le nostre strade si sono divise, siamo  uniti da un magico legame che non si potrà più rompere.Sento che metteremo le poche cose che avremo deciso di portare nei nostri zaini per ripartire e per  chiudere il  ciclo di conoscenza .I canti degli Sciamani sono entrati cosi profondamente nelle nostre vite al punto tale che possiamo  vederli mentre simili ad ombre si aggirano tra i cactus del deserto,possiamo sentire ancora la loro magia e forse una piccola parte ci è stata trasmessa perché  per quel che mi riguarda  ora posso qualche volta  vedere oltre la porta . La “ Nierika “ ponte oscuro  tra la mente conscia e quella inconscia.Chiudo gli occhi e le stelle mi guardano,i colori Sacri come palle di fuoco volteggiano attorno a me senza toccarmi e mi indicano la via .Questa storia la voglio dedicare a tutti quelli che soffrono a tutti quelli che hanno perso la speranza a quelli che non sono più tra  noi toccati dall’ Ombra al loro ricordo,a quelli che non smettono mai di sognare agli eterni pellegrini ed ai viandanti che non si fermano mai ai miei compagni di viaggio Yamilè e Mauri affinché  possano trovare la  via,  ma soprattutto Agli Sciamani Huichol che mi hanno insegnato a camminare tra le ombre ed i colori dell’Arcobaleno
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